Dal garage alla Borsa da 4 mila miliardi: i 50 anni di Apple

Cinquanta anni fa Apple nasceva in un garage della California. Oggi vale quasi 4 mila miliardi di dollari, fattura oltre 400 miliardi l’anno ed è una delle aziende più potenti del pianeta. In mezzo ci sono mezzo secolo di innovazioni, ma anche una domanda che nel 2026 pesa più di tutte: Apple è ancora la società che inventa il futuro o è diventata il colosso che deve difendere il proprio passato?

Il 1° aprile 1976 Steve Jobs, Steve Wozniak e Ronald Wayne fondano Apple Computer. Nessuno immagina che quel piccolo gruppo di giovani appassionati di elettronica avrebbe cambiato il modo di lavorare, ascoltare musica, comunicare e persino pagare.

Il primo prodotto, l’Apple I, arriva sul mercato nel luglio 1976. È poco più di una scheda madre assemblata, destinata a una ristretta cerchia di appassionati. La vera svolta arriva un anno dopo, il 5 giugno 1977, con l’Apple II: il computer esce dai laboratori e entra nelle case, negli uffici, nelle scuole.

Non è soltanto un nuovo prodotto. È il primo momento in cui la tecnologia smette di essere un linguaggio per pochi e diventa un mercato di massa.

Negli anni successivi Apple cresce rapidamente. L’Apple II Plus arriva nel giugno 1979, mentre l’Apple III viene messo in vendita nel novembre 1980. Nello stesso anno l’azienda entra in Borsa. Da quel momento Apple non è più una startup della Silicon Valley: diventa una potenza industriale.

Ma il vero salto culturale arriva il 24 gennaio 1984 con il Macintosh 128K. È il computer che introduce il mouse e l’interfaccia grafica, rendendo il pc qualcosa di intuitivo, quasi domestico. Da allora il computer non è più una macchina per tecnici: è uno strumento personale.

Negli anni successivi arrivano il Macintosh Plus nel gennaio 1986, il Macintosh II nel marzo 1987, il Macintosh Portable nel settembre 1989 e i PowerBook nell’ottobre 1991. È Apple a definire il concetto moderno di computer portatile, molto prima che i notebook diventino un oggetto comune.

Poi arriva la crisi. Negli anni Novanta Apple perde terreno contro Microsoft e i pc compatibili Windows. Il Newton MessagePad, lanciato il 2 agosto 1993, è troppo avanti per il suo tempo: anticipa smartphone e tablet, ma il mercato non è pronto. L’azienda rischia il fallimento.

Quando Steve Jobs torna nel 1997 trova una società confusa, appesantita da troppi prodotti e da una strategia quasi senza direzione. La svolta arriva il 15 agosto 1998 con l’iMac G3. Colorato, trasparente, diverso da qualsiasi altro computer. L’iMac salva Apple e dimostra che il design non è un dettaglio estetico, ma una leva economica.

È da quel momento che Apple comincia a vendere non soltanto tecnologia, ma desiderio.

Nel luglio 1999 arriva l’iBook, nel luglio 2000 il Power Mac G4 Cube. Ma è il 23 ottobre 2001 che Apple cambia di nuovo il mercato con l’iPod. “Mille canzoni in tasca” non è solo uno slogan: è la nascita di un nuovo modello di consumo.

Con l’iTunes Store, lanciato il 28 aprile 2003, Apple ridefinisce l’industria musicale. Per la prima volta la musica diventa un file da acquistare con un clic. Seguono l’iPod mini nel 2004, lo shuffle e il nano nel 2005, fino all’iPod touch nel 2007.

Ma il prodotto che trasforma definitivamente Apple arriva il 29 giugno 2007. L’iPhone non è il primo smartphone del mondo, ma è il primo a rendere semplice e naturale il touchscreen. È il dispositivo che cambia il telefono, internet, la fotografia, il commercio, la pubblicità e persino il linguaggio.

Con l’App Store, aperto il 10 luglio 2008, nasce anche l’economia delle app. Un settore che in pochi anni vale miliardi e che trasforma Apple in una piattaforma globale.

Ogni modello successivo segna una tappa precisa: l’iPhone 4, uscito il 24 giugno 2010, introduce il display Retina; l’iPhone 4s del 14 ottobre 2011 porta Siri; l’iPhone 5 arriva il 21 settembre 2012; l’iPhone 6 e 6 Plus, il 19 settembre 2014, aprono la stagione degli schermi più grandi; l’iPhone X, il 3 novembre 2017, elimina il tasto Home e inaugura il riconoscimento facciale.

L’iPhone 15 arriva il 22 settembre 2023, l’iPhone 16 il 20 settembre 2024. Ma il punto non è più il singolo modello. Il punto è che oggi Apple dipende ancora dall’iPhone per circa metà del proprio fatturato.

Ed è qui che si potrebbe forse misurare la fragilità di un gigante.

Per anni Apple ha costruito la propria forza su un prodotto capace di generare ricavi enormi e fedeltà quasi assoluta. Ma nessuna azienda può permettersi di vivere all’infinito di una sola invenzione. Per questo Apple ha spinto sui servizi: App Store, iCloud, Apple Music, TV+, pagamenti digitali.

Oggi quella divisione vale oltre 100 miliardi di dollari l’anno ed è la parte dell’azienda che cresce più rapidamente. Non produce soltanto ricavi: produce margini, abbonamenti, clienti che restano dentro l’ecosistema.

Nel frattempo Apple prova ad aprire nuovi mercati. L’iPad, arrivato il 3 aprile 2010, trasforma il tablet in un prodotto di massa. L’Apple Watch, lanciato il 24 aprile 2015, porta l’azienda nel mondo della salute e dei dispositivi indossabili. Gli AirPods, dal 13 dicembre 2016, cambiano il mercato degli auricolari.

L’ultima scommessa è Vision Pro, arrivato il 2 febbraio 2024. Apple lo definisce uno “spatial computer”. Costa molto, vende poco, ma ricorda da vicino altri prodotti che all’inizio sembravano incomprensibili e poi hanno cambiato il mercato.

Resta però la grande questione del 2026: l’intelligenza artificiale. Per la prima volta dopo anni Apple non appare in vantaggio. Mentre i concorrenti investono miliardi e accelerano, Cupertino sembra muoversi con prudenza.

È una scelta che può rivelarsi vincente, se Apple riuscirà ancora una volta a fare quello che ha sempre fatto: arrivare dopo gli altri, semplificare, rendere desiderabile una tecnologia già esistente.

Ma questa volta la partita è diversa. Perché Apple non è più la società ribelle del garage. È un impero industriale che deve difendere profitti, azionisti e una capitalizzazione da quasi 4 mila miliardi di dollari.

La sfida dei prossimi anni non sarà inventare un nuovo iPhone. Sarà dimostrare che, anche a cinquant’anni, Apple non è diventata un gigante stanco, anzi.

E proprio l’intelligenza artificiale potrebbe offrirle l’occasione di farlo ancora una volta: non arrivando per prima, ma riuscendo, come è già accaduto con il Macintosh, l’iPod e l’iPhone, a trasformare una tecnologia complessa in qualcosa di semplice, quotidiano e capace di cambiare il mercato.

Bianca Desideri