Banche, lavoratori e democrazia economica: l’articolo 4 del CCNL Credito può cambiare la governance d’impresa?

Nel lessico spesso opaco delle relazioni industriali italiane, ci sono norme contrattuali che scorrono quasi invisibili, pur custodendo potenziali di trasformazione profondi. È il caso dell’articolo 4 del CCNL del Credito ABI, dedicato alla partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa: una disposizione che, se letta oltre la ritualità dei tavoli sindacali, sfiora uno dei nodi irrisolti del capitalismo italiano – la democrazia economica.

Il settore bancario, del resto, non è nuovo a sperimentazioni avanzate. Dalle commissioni paritetiche agli osservatori sull’innovazione, fino ai confronti sui piani industriali, il credito ha spesso anticipato modelli poi estesi ad altri comparti. L’articolo 4 si colloca in questa tradizione, ma con un’ambizione ulteriore: trasformare l’informazione sindacale in partecipazione organizzata.

La norma contrattuale prevede sedi strutturate di confronto su scelte strategiche: riorganizzazioni, digitalizzazione, formazione, occupazione. Non cogestione in senso pieno, certo, ma un coinvolgimento preventivo che — almeno sulla carta — consente ai lavoratori di incidere sulle traiettorie industriali. Il punto è proprio questo: fin dove può spingersi questa partecipazione? Può restare consultiva o deve trovare uno sbocco nella governance societaria? È qui che il tema contrattuale incrocia quello statutario. Se la partecipazione deve diventare sostanziale, occorre immaginare la presenza dei lavoratori negli organi societari.

Due i modelli possibili.

Il sistema dualistico, di matrice renana, prevede un consiglio di sorveglianza — dove siedono anche rappresentanti dei dipendenti — e un consiglio di gestione operativo. È il modello della Mitbestimmung tedesca, fondato su una cultura cooperativa consolidata. Applicarlo in Italia significherebbe istituzionalizzare la rappresentanza del lavoro nel controllo strategico. Ma comporterebbe anche una maggiore complessità decisionale, difficilmente compatibile con la rapidità richiesta ai gruppi bancari quotati e vigilati.

Diverso il modello monistico, basato su un unico consiglio di amministrazione con comitati interni. Qui la partecipazione potrebbe tradursi nella presenza di rappresentanti dei lavoratori nei comitati rischi, sostenibilità o innovazione. Una soluzione meno rigida, più integrata, potenzialmente più adatta al tessuto italiano.

Nel credito contemporaneo — tra fintech, intelligenza artificiale, desertificazione delle filiali — la velocità decisionale è cruciale. Un sistema duale rischierebbe di irrigidire processi già appesantiti da regolazione e vigilanza.

Il modello monistico, invece, consentirebbe la realizzazione di tre aspetti: una integrazione diretta tra capitale e lavoro, una responsabilizzazione condivisa sia sugli obiettivi che sui risultati conseguiti e anche minori conflittualità istituzionali
Soprattutto, sarebbe culturalmente più esportabile in un Paese dove la partecipazione non ha mai attecchito davvero nei
board.

Se il credito aprisse alla presenza dei lavoratori nella governance, l’effetto precedente sarebbe inevitabile. Energia, infrastrutture, telecomunicazioni: tutti settori attraversati da transizioni industriali che richiedono consenso organizzativo. La contrattazione collettiva diventerebbe così il vettore di una partecipazione “di fatto”, supplendo all’assenza di una legge generale.

E qui riemerge un’assenza pesante quanto una rimozione storica. La Carta repubblicana riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende. È uno dei pochi casi in cui la Costituzione entra dentro la fabbrica — o l’ufficio. Eppure, quell’articolo non è mai stato attuato. Le ragioni affondano nella storia: la polarizzazione ideologica della Guerra fredda, la diffidenza del grande capitale privato, la struttura familiare dell’imprenditoria italiana. Troppa paura che la partecipazione potesse scivolare nel controllo politico dell’impresa. In Assemblea Costituente il confronto fu acceso. La cultura personalista cattolica e quella socialdemocratica vedevano nella partecipazione un pilastro della democrazia sostanziale. I liberali temevano invece un vulnus alla libertà d’impresa. Il risultato fu un compromesso: principio solenne, attuazione rinviata.

Non è un caso che il tema riaffiori ciclicamente anche nel magistero della Chiesa. Dalla Rerum Novarum alla Laborem Exercens, il lavoro è sempre descritto come soggetto dell’impresa, non mero fattore produttivo.

La partecipazione diventa allora corresponsabilità, non contrapposizione: un’idea che oggi riecheggia nelle teorie della stakeholder governance e nei criteri ESG adottati proprio dalle banche. Nel credito la questione è ormai industriale, non solo etica. La trasformazione digitale sta ridisegnando mestieri, reti commerciali, competenze. Senza coinvolgimento, ogni piano industriale rischia resistenze, contenziosi, cali di produttività. Partecipare significa anche questo: rendere sostenibili le transizioni.

L’articolo 4 del CCNL Credito ABI resta oggi una cornice avanzata ma nella più parte dei casi sottoutilizzata. Tuttavia, proprio nel momento in cui il lavoro bancario cambia pelle, quella norma potrebbe diventare il grimaldello per riaprire e rilanciare il cantiere della partecipazione in Italia.

Alessio Storace