Restare umani nell’era delle macchine

L’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV dice, con l’autorità della voce più antica del mondo, ciò che molti ripetono inascoltati da anni: la persona viene prima della tecnologia. E il lavoro è il terreno dove questa sfida si gioca davvero.

Ci sono verità che circolano per anni nei convegni, nelle aule scolastiche, nelle pagine di libri letti da pochi, finché qualcuno con la voce giusta non le pronuncia davanti al mondo intero. La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, pubblicata il 15 maggio scorso, è uno di quei momenti in cui una verità smette di essere l’opinione di qualcuno e diventa patrimonio comune. Il tema è l’intelligenza artificiale. Il messaggio è uno solo e ha il profilo nitido di un’evidenza: la tecnica non è neutrale e la persona umana non è negoziabile.

Il Papa scrive che ogni strumento tecnologico assume il volto di chi lo pensa, lo finanzia, lo regola e lo usa. È un’affermazione che chi si occupa di cultura digitale conosce bene. Ma sentirla pronunciare dall’istituzione più antica del pianeta ha un peso diverso. Significa che questa non è più una posizione minoritaria, è senso comune elevato a dottrina.

Il cyberumanesimo – il tentativo di tenere insieme progresso tecnologico e centralità della persona – nasce esattamente da questa consapevolezza: che il codice non è scritto da nessuno, che i dati non si raccolgono da soli, che le piattaforme non nascono nel vuoto. Ogni sistema di intelligenza artificiale porta dentro di sé le scelte – esplicite o implicite – di chi lo ha costruito. Ignorarlo non è ingenuità: è una forma di delega in bianco al potere.

«Chi ha i dati ha il potere». Il Papa chiama i dati sanitari e demografici di interi popoli le nuove terre rare del XXI secolo. Chi li possiede può anticipare i mercati, orientare le cure, condizionare la democrazia.

L’enciclica è radicale su un punto che la cultura del progresso spesso dimentica: la dignità della persona non dipende da ciò che produce, da quanto è efficiente, da quante ore lavora o da quanti like raccoglie. È una condizione ontologica – una parola difficile per dire una cosa semplicissima: sei degno di rispetto perché esisti, non perché rendi. In un’epoca in cui gli algoritmi ci misurano, ci classificano e ci propongono contenuti sulla base dei nostri comportamenti passati, questa affermazione non è teologica. È politica.

Leone XIV mette in guardia da un’ideologia sottile ma potente: quella che fa credere che il valore di una persona si guadagni, che chi è più performante meriti di più, che l’efficienza sia una virtù morale. L’intelligenza artificiale, in questo senso, non è un pericolo in sé: è uno specchio che amplifica ciò che già esiste. Se la società di partenza scarta i deboli, gli anziani, chi non sa usare uno smartphone, i sistemi automatizzati faranno lo stesso, più velocemente e su scala industriale.

È sul lavoro che il documento si fa più urgente e concreto. Il Papa non cede alla retorica rassicurante secondo cui le macchine creeranno più posti di quanti ne distruggeranno, una promessa che si ripete da due secoli e che ogni volta va verificata sul campo, a spese di chi nel frattempo rimane senza reddito. Scrive che la transizione digitale non può essere valutata solo in termini di efficienza. Va misurata sulla dignità del lavoratore: sulla sua possibilità di ricevere una retribuzione sufficiente, di partecipare alla vita sociale, di non essere ridotto a ingranaggio sostituibile.

Ereditando il filo che parte dalla Rerum novarum di Leone XIII (1891) e passa per la Laborem exercens di Giovanni Paolo II, l’enciclica ribadisce che il lavoro non è soltanto un mezzo per guadagnarsi il pane. È il luogo in cui la persona esprime la propria creatività, costruisce relazioni, contribuisce al bene comune. Automatizzare il lavoro senza pensare a cosa rimane alle persone non è progresso: è un’amputazione.

La sfida, dunque, è politica prima che tecnologica. Richiede norme che proteggano i lavoratori nella transizione, sistemi educativi che non formino esecutori ma pensatori critici, imprese che non misurino il successo solo sul profitto trimestrale. E richiede, soprattutto, di non lasciare che le decisioni più importanti – quelle che riguardano il lavoro, la salute, la democrazia – vengano prese da pochi, quelli che detengono i dati.

Restare umani non è uno slogan romantico. È un programma preciso: tenere la persona al centro e la tecnica al suo servizio, non il contrario. Per anni questa posizione ha trovato spazio nei libri, nelle aule, nei parlamenti. Ora trova spazio in un documento che parla a un miliardo e trecento milioni di cattolici e, oltre loro, a chiunque abbia a cuore il futuro della convivenza civile. Non serve credere in niente di particolare per riconoscere che è vero. Serve soltanto guardarsi intorno.

Alessio Storace