Intelligenza Artificiale: troppe ombre, poche luci

Intelligenza Artificiale
IA - Luci e ombre

Negli ultimi decenni, lo sviluppo scientifico è stato particolarmente intenso e svariate innovazioni tecnologiche hanno letteralmente trasformato il nostro modo di vivere. Elencarle tutte sarebbe un esercizio lungo e noioso; è più opportuno soffermarsi solo su alcune di esse, quelle che oggi sono considerate ormai indispensabili. Il riferimento va in particolare ai collegamenti telematici, alla rete Internet e, soprattutto all’onnipresenza degli strumenti di comunicazione, i cosiddetti social. Una menzione particolare va poi allo smartphone, diventato così pervasivo e necessario che nessuno di noi può più farne a meno.

Dal 2022 in poi, una nuova tecnologia ha iniziato a imporsi con forza sia nel lavoro che nelle abitudini di milioni di persone: l’intelligenza artificiale: Una specie di genio della lampada che, se non ha proprio lo scopo di soddisfare i desideri, è a nostra disposizione per rispondere a domande, suggerire soluzioni, scrivere testi, produrre immagini, programmare software e altro.

La caratteristica dei sistemi di intelligenza artificiale è la loro semplicità d’uso. Non occorre essere degli specialisti o dei guru informatici, basta semplicemente inoltrare la richiesta compilando il modulo previsto, il cosiddetto “Prompt”. Per ottenere risultati soddisfacenti occorre che le richieste siano chiare, ben definite e strutturate in modo preciso. Niente di particolarmente complesso, anzi, un sistema davvero alla portata di tutti. Per mettere alla prova l’I.A. ho chiesto di preparare delle routine in un particolare linguaggio di programmazione e devo dire che il sistema ha evaso egregiamente la mia richiesta, restituendomi stringhe di codice perfettamente funzionanti. Trasferiamo questa possibilità nelle mani di un giovane informatico e capiremo quanto tempo e lavoro possa far risparmiare un simile sistema.

Da più parti, però, arrivano allarmi sui pericoli di un uso sempre più frequente dei sistemi di I.A. nelle attività umane. La preoccupazione fondamentale è che l’implementazione di questi strumenti porti alla perdita di posti di lavoro. Infatti, negli Stati Uniti, che, nel bene e nel male, sono spesso gli antesignani dei cambiamenti sociali, scientifici ed economici, iniziano a fioccare i licenziamenti: Meta, Amazon, UPS e altre aziende stanno già avviando tagli al personale, grazie, o forse sarebbe meglio dire a causa, dell’utilizzo sempre maggiore dell’I.A. Sembrerebbe che la riduzione dei posti di lavoro non dipenda tanto dalla necessità che i lavoratori vengano sostituiti dall’I.A., quanto piuttosto dalla necessità delle aziende di redistribuire delle risorse aziendali per investire in sistemi basati sull’intelligenza artificiale. Proprio così: per avere sistemi performanti e, per così dire, “super intelligenti”, occorre investire ingenti risorse che vengono compensate con la riduzione del personale.  A tutto ciò vanno aggiunti i costi di gestione. Se è vero che i vari ChatGPT, Claude, Copilot farebbero risparmiare sui costi di lavoro, per funzionare richiedono server potentissimi e data center ad altissimo consumo energetico. Per questo vengono definiti energivori, ossia grandi consumatori di energia, e in un periodo di instabilità energetica, come quello attuale, questo rappresenta un problema tutt’altro che trascurabile.

C’è poi un’altra considerazione relativa all’impatto che l’IA potrebbe avere sulle nuove generazioni, vale a dire l’effetto che l’utilizzo costante di sistemi basati sull’intelligenza artificiale può avere sul loro sviluppo mentale e intellettivo. Sicuramente uno strumento che faccia i compiti scolastici, ricerche, traduzioni, produzione di immagini e quant’altro, può far risparmiare tempo, ma non allena il cervello a trovare da solo le soluzioni più adatte e così si rischia di indebolire la capacità di ragionamento autonomo.

In uno studio citato dalla rivista Time, in un articolo del 13 novembre 2025, si fa riferimento a una ricerca condotta dai ricercatori del Media Lab del MIT, che mette in guardia sul fatto che ChatGPT potrebbe danneggiare le capacità di pensiero critico.

“Lo studio ha diviso 54 soggetti, dai 18 ai 39 anni dell’area di Boston, in tre gruppi, chiedendo loro di scrivere diversi saggi utilizzando rispettivamente ChatGPT di OpenAI, il motore di ricerca di Google oppure nessun supporto. I ricercatori hanno utilizzato un EEG per registrare l’attività cerebrale degli scrittori in 32 regioni e hanno scoperto che, dei tre gruppi, gli utenti di ChatGPT avevano il più basso coinvolgimento cerebrale e risultavano coerentemente sottoperformanti a livelli neurali, linguistici e comportamentali”.

Le implicazioni di un uso indiscriminato, della I.A.  potrebbero quindi essere non solo di natura economica e sociale, ma anche sanitaria, se si ricorre in modo smodato a questi strumenti.

Un’altra conseguenza, anch’essa importante, è che molti utenti si approcciano all’utilizzo di questi sistemi, senza considerare che le risposte sono generate da complessi algoritmi, che pescano in un oceano di dati per trovare la risposta più adatta alla richiesta, con tutti i rischi conseguenti, come ad esempio la violazione di copyright, ma ancora peggio quando ci si rivolge all’IA, per chiedere consigli nel campo medico sanitario.

Sarebbe quindi ora che i nostri governi, non solo a livello nazionale ma soprattutto a livello internazionale, iniziassero a interrogarsi sui potenziali rischi che un impiego diffuso dell’I.A.  potrà avere sul nostro futuro, riflettendo sull’opportunità di introdurre correttivi o anche limiti nell’uso indiscriminato dei sistemi di intelligenza artificiale.

Considerando il continuo progresso scientifico della civiltà umana, sarebbe doveroso interrogarsi quali possono essere i limiti dell’intelligenza artificiale e fino a dove questa tecnologia potrà sostituire l’essere umano nelle sue molteplici attività. Già gli autori di romanzi di fantascienza ci hanno dato moltissimi esempi riguardo agli impieghi futuri dell’intelligenza artificiale, basta pensare ai replicanti di Blade Runner o al super computer “Hal 9000” del film 2001 Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick, film ispirato ad un romanzo di Arthur C. Clarke.

Ma la vera domanda che dovremmo porci,  dovrebbe essere un’altra: “Siamo davvero disposti a delegare tutto alle macchine?”

Enzo Parentela