Il web non è più degli umani: la maggior parte del traffico internet è generato da robot.
C’è stato un momento, passato quasi inosservato pochi mesi fa, in cui la storia di internet è cambiata per sempre. Per la prima volta da quando esiste la rete, gli esseri umani sono diventati una minoranza. Secondo gli ultimi dati globali, oltre il 57% di tutto ciò che si muove su internet – pagine lette, dati scaricati, clic – non è opera di dita umane che scorrono sullo schermo di uno smartphone, ma di programmi informatici automatizzati. In gergo li chiamiamo “bot”, abbreviazione di robot.
In parole semplici: più della metà delle attività online è gestita da macchine che parlano con altre macchine. Ma cosa fanno esattamente questi robot invisibili e, soprattutto, perché questa rivoluzione dovrebbe interessarci?
Fino a qualche anno fa, i bot erano visti come i “monelli” della rete: sistemi automatici che inviavano email di spam, creavano falsi profili sui social o cercavano di violare i siti web. Oggi la situazione è completamente diversa. L’impennata del traffico è guidata dai nuovi “agenti” dell’intelligenza artificiale.
Pensiamo a quando chiediamo a un assistente virtuale di trovarci il volo più economico per le vacanze, confrontando tutte le opzioni possibili. Noi facciamo una sola domanda, ma per risponderci l’intelligenza artificiale si comporta come un esercito di furetti digitali: si lancia su internet e interroga contemporaneamente centinaia di siti di compagnie aeree, hotel e agenzie di viaggio. Questo lavoro genera una quantità impressionante di traffico. Gli esperti calcolano che per ogni singola azione compiuta da una persona in carne e ossa, i robot dell’intelligenza artificiale compiono fino a mille operazioni in background, alla velocità della luce.
Tra i robot più attivi in questa gigantesca operazione di “pesca” dei dati ci sono i giganti che tutti conosciamo: Google, Meta (la proprietaria di Facebook e Instagram) e OpenAI (la creatrice di ChatGPT). Questi sistemi setacciano la rete notte e giorno per un motivo molto semplice: hanno bisogno di “leggere” tutto ciò che l’umanità produce per poter continuare a imparare e ad addestrarsi.
Questa situazione sta creando un acceso dibattito tra chi i contenuti su internet li produce – giornali, blogger, aziende, piccoli siti di cucina o di viaggi – e chi gestisce le intelligenze artificiali. Il dilemma è semplice: conviene lasciare la porta aperta a questi robot o è meglio sbarrare l’ingresso?
Da un lato, bloccare i robot ha i suoi vantaggi. Prima di tutto, si protegge il proprio lavoro: perché dovrei permettere a una macchina di copiare gratuitamente i miei articoli o le mie ricette, se poi quella stessa macchina darà la risposta direttamente agli utenti, impedendo loro di visitare il mio sito? Inoltre, tenere lontani i bot alleggerisce il carico sui computer che ospitano i siti web, facendoli funzionare meglio e riducendo i costi di gestione.
Dall’altro lato, però, c’è il rischio di diventare invisibili. Se un sito decide di murare fuori l’intelligenza artificiale, quest’ultima non saprà nulla di lui. Di conseguenza, quando un utente chiederà a ChatGPT o a un assistente virtuale un consiglio su dove mangiare a Roma o su quale prodotto acquistare, quel sito non verrà mai consigliato, perdendo così una fetta enorme di potenziali clienti o lettori.
Come spesso accade con le grandi rivoluzioni tecnologiche, la soluzione non è bianca o nera. Nel corso di quest’anno si sta facendo strada una via di mezzo. Molti siti web stanno imparando a “selezionare” i robot, un po’ come un buttafuori all’ingresso di un locale.
L’approccio più comune oggi è quello di bloccare i robot “copioni” – quelli che si limitano a rubare i testi per addestrare i computer del futuro senza dare nulla in cambio – e di lasciare invece la porta aperta ai robot “motori di ricerca”. Questi ultimi sono considerati utili perché, quando rispondono a un utente, inseriscono un link cliccabile alla fonte originale, portando così visitatori umani in carne e ossa sul sito.
Internet sta cambiando pelle sotto i nostri occhi. Se un tempo era una piazza virtuale costruita dagli umani per gli umani, oggi sta diventando un’immensa autostrada digitale dove i robot viaggiano in corsia di sorpasso. A noi resta il compito di guidare questo cambiamento, per evitare che la rete perda la sua caratteristica più importante: essere un luogo di reale connessione umana.
Alessio Storace