Ci sono artisti che attraversano il tempo e poi c’è Mel Brooks, che il tempo quasi lo ha preso a schiaffi, lo ha parodiato e infine, oggi, 28 giugno 2026, lo ha visto piegarsi al suo cospetto: Mel Brooks compie 100 anni.
Nato Melvin James Kaminsky nel 1926, quello che oggi celebriamo non è solo il compleanno di un veterano dello spettacolo, ma l’anniversario di un secolo di ingegno. Brooks non si è limitato a fare cinema; ha inventato una grammatica universale della satira, rendendo il “ridicolo” uno strumento di analisi sociale senza eguali.
Dire che Mel Brooks è un comico potrebbe risultare un insulto alla precisione. Egli appartiene al ristretto e prestigioso club degli EGOT, i pochi che hanno saputo incassare in carriera un Emmy, un Grammy, un Oscar e un Tony Award. Non è roba da poco: è la certificazione di una poliedricità che ha bruciato le tappe, dai corridoi televisivi di Your Show of Shows (Emmy) all’irriverenza surreale del 2,000 Year Old Man (Grammy). E poi il cinema, con l’Oscar per la sceneggiatura di The Producers, e il teatro, con un trionfo a Broadway che ha riscritto le regole del musical. Brooks non ha semplicemente collezionato premi; ha dominato ogni arena in cui si è avventurato.
C’è un capitolo che spesso sfugge ai più, ma che definisce lo spessore dell’uomo: la Brooksfilms. Brooks non ha usato i soldi dei suoi successi solo per alimentare il proprio ego. Ha fatto il contrario: ha usato il peso commerciale delle sue commedie per finanziare il cinema che conta davvero. Senza il suo coraggio, non avremmo avuto The Elephant Man di David Lynch o La mosca di David Cronenberg. Dietro la maschera di chi amava le torte in faccia si nascondeva un mecenate raffinato, capace di scorgere il valore nel buio profondo di film introspettivi e viscerali.
La sua filmografia è un catalogo di icone del costume: Per favore, non toccate le vecchiette (1967): la scintilla che ha acceso la miccia della satira sul nazismo; Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974): un western che ha smontato il mito americano pezzo per pezzo; Frankenstein Junior (1974): un vertice di perfezione comica, in cui il rispetto per il genere horror si fonde magistralmente con l’assurdo; Balle spaziali (1987): la definitiva decostruzione della fantascienza epocale.
Ma la genialità di Brooks non si ferma alla macchina da presa. Anche dopo aver smesso di dirigere, ha continuato a essere un pioniere, comprendendo prima di altri il valore della conservazione dei propri classici. Le edizioni home video dei suoi film, spesso arricchite dai suoi commenti audio, sono diventate esse stesse un’opera d’arte, un modo per raccontare il cinema e trasmetterlo alle nuove generazioni. Un custode appassionato del suo stesso mito, che ha saputo invecchiare con la stessa intelligenza con cui ha fatto ridere.
Mel Brooks ha trasformato la parodia in un’arte alta. In un’epoca in cui i confini della satira sono costantemente ridefiniti, il secolo di Mel Brooks ci ricorda che il vero potere della comicità non risiede nel ferire, ma nell’esporre l’assurdità del pregiudizio attraverso la lente deformante del riso. La sua massima rimane, ancora oggi, una bussola: “Tutto è suscettibile di satira, a patto che sia divertente”.
Custode appassionato dei propri classici, Brooks ha anche contribuito a elevare il cinema d’archivio, rendendo il commento audio e la conservazione filmica un’arte in sé. A 100 anni, la sua lezione è chiara: la vita è un’assurda, meravigliosa sceneggiatura. E finché ci sarà qualcuno in grado di ridere delle assurdità del potere, il secolo di Mel Brooks non finirà mai.
Bianca Desideri