C’è un’immagine potente che i reporter si portano dietro dalle zone più ferite del pianeta: un gruppo di bambini che corre dietro a un pallone fatto di stracci e sacchetti di plastica intrecciati, in mezzo alle macerie o nel fango di un campo profughi. Ridono. In quel preciso istante, la guerra, la fame e la miseria sembrano arretrare di un passo.
Oggi, 28 maggio, si celebra la Giornata Mondiale del Gioco. Ed è fondamentale chiarire subito un equivoco tutto adulto: non stiamo parlando di schermi, di tecnologia e tantomeno di azzardo o scommesse. Parliamo del gioco puro, quell’impulso vitale e universale che rappresenta il vero e unico “lavoro” dei bambini. Un diritto fondamentale che però, in troppi angoli del mondo, resta un lusso negato.
Per una bambina o un bambino, il gioco non è un semplice passatempo, ma il modo in cui stringe le mani alla realtà e impara a conoscerla. Quando una bambina o un bambino gioca, attiva dinamiche immensamente complesse. Sviluppa il cervello strutturando connessioni neurali, allena la concentrazione e sperimenta i limiti fisici dello spazio.
C’è poi un enorme valore sociale: giocare insieme significa darsi delle regole, rispettarle, negoziare i ruoli e, soprattutto, gestire la frustrazione di una sconfitta. Attraverso il gioco simbolico – fare finta di essere un medico, un insegnante, un astronauta – il bambino si mette nei panni dell’altro, esplorando emozioni e paure in un contesto protetto. Non è un caso che l’ONU lo abbia scritto chiaramente nell’Articolo 31 della Convenzione sui diritti dell’infanzia: “il gioco è un diritto inalienabile, esattamente come la salute e l’istruzione”.
Se nei Paesi occidentali il rischio principale è la “sedentarietà digitale” – con minori iper-connessi ma drammaticamente isolati davanti agli schermi –, nel resto del mondo il dramma ha la faccia della privazione assoluta. Nei Paesi piegati dalla povertà estrema, dai conflitti o dallo sfruttamento, il tempo dell’infanzia viene accelerato brutalmente.
Milioni di bambini non possono giocare perché lavorano per sopravvivere, spezzando pietre nelle miniere o cucendo palloni che non prenderanno mai a calci. Altri vivono sotto le bombe, in contesti in cui i cortili e i parchi sono campi minati o cumuli di macerie, e uscire a correre significa rischiare la vita. Manca lo spazio, manca la sicurezza, mancano le infrastrutture minime.
Eppure, l’istinto al gioco è così potente che resiste. Un rametto diventa una spada, un vecchio copertone da far rotolare con un bastone diventa un bolide. I bambini creano il gioco dal nulla perché ne hanno un bisogno biologico. Ma la loro straordinaria resilienza non può continuare a essere una scusa per l’indifferenza degli adulti.
Garantire il diritto al gioco non significa comprare l’ultimo dispositivo elettronico o un giocattolo di plastica usa e getta. Significa fare scelte attive, come genitori, amministratori e cittadini del mondo.
In primo luogo, serve liberare il tempo dei nostri figli, dei nostri nipoti, accettando anche il valore della noia: nelle nostre società frenetiche tendiamo a riempire le loro agende con mille attività strutturate, privandoli dell’esplorazione spontanea. In secondo luogo, dobbiamo riconquistare lo spazio pubblico, pretendendo città a misura di pedone, più parchi e cortili condominiali aperti e non blindati da divieti. Un Paese in cui le bambine e i bambini sono invisibili nelle strade è un Paese urbanisticamente e socialmente malato.
Infine, serve uno sguardo globale. Va sostenuta la cooperazione internazionale e quelle ONG che creano i cosiddetti Child Friendly Spaces nei campi profughi: spazi protetti dove i minori vittime di traumi possono, semplicemente, tornare a giocare per guarire psicologicamente. A questo si affianca il consumo etico: verificare le filiere ed evitare acquisti da aziende che sfruttano il lavoro minorile è il primo, concreto modo per restituire a quei bambini il loro tempo legittimo.
Proteggere il gioco significa proteggere l’umanità del futuro. Perché una bambina o un bambino a cui è stato permesso di giocare, di ridere e di immaginare sarà, domani, un adulto più empatico, più libero e decisamente più capace di costruire un mondo migliore di quello che gli stiamo lasciando.
Bianca Desideri